La speranza dopo un trauma

Quando racconto del mio passato lavorativo sono spesso vaga ma non perché ci sia qualche trauma non superato, o perché sia stata una storia senza speranza. Ad esempio, per diversi anni sono stata un’analista funzionale e mi sono occupata di un software gestionale, per conto di una nota società di consulenza. Si trattava di un prodotto estremamente ricco ma non sempre in grado, nella sua versione standard, di gestire i cavilli e gli arzigogoli della normativa italiana.

Tra i miei colleghi più esperti, ce n’era uno diventato famoso nell’ambiente perché la sua risposta a qualsiasi richiesta del cliente era “questo il sistema non lo fa”.

Poi si sedeva alla scrivania e, a testa bassa e insultando tutti in varie lingue, “convinceva” il sistema a farlo.

 

Ho risentito quel tono e quella frase in un contesto diverso, in cui però ci si limitava alla prima parte. Nessuno prendeva in considerazione di spendere più del tempo strettamente necessario per esaudire la richiesta del cliente: il problema era il software, punto e basta. Questo deresponsabilizzava tutti quanti, e si tirava a campare.

 

Ottimisti o pessimisti?

Ho riportato questo esempio banale, che sicuramente a molti di voi avrà richiamato alla mente storie di vita vissuta, perché è emblematico di due modalità completamente diverse di affrontare la vita, oltre che il codice di programmazione.

 

Non ho idea di come si sarebbero comportate le persone di cui vi ho raccontato, alle prese con una vera difficoltà di natura extralavorativa. In linea generale, la ricerca ritiene che l’attitudine a trovare un capro espiatorio o una montagna di scuse per le proprie disavventure sia trasversale: se posso dare la colpa ad un software perché non potrei darla a un essere umano o al destino cinico e baro? Martin Seligman lo definisce grado di Personalizzazione, ed è uno dei parametri che definiscono lo stile esplicativo personale. Quando accade qualcosa che ci riguarda possiamo ritenere responsabili noi stessi (“non sono capace”) o qualcun altro (“il software”). Le persone ottimiste, a parità di altre condizioni, di fronte ad un evento avverso propendono verso la seconda ipotesi.

Gli ottimisti, sempre secondo Seligman, davanti ad un fatto negativo reagiscono ritenendo che quel problema sia limitato alla situazione contingente, e che… passerà da solo.

A pensarci bene, ecco perché i colleghi di cui vi ho raccontato dormivano così bene: erano ottimisti!

 

Il pessimista resiliente

Dovremmo quindi giungere a questa conclusione controintuitiva: quel consulente che, passata la fase iniziale di disappunto, si impegnava per dare una risposta positiva al cliente era un pessimista.

Sempre seguendo Seligman, si trattava infatti di una persona che vedeva l’ipotesi del fallimento come:

  • personale: attribuibile direttamente alla sua incapacità;
  • permanente: non sono capace ora, non lo sarò mai. Il problema non passerà da solo.
  • pervasivo: se non sono capace di fare questo me ne andrò a casa pensando di essere un buono a nulla, non semplicemente sentendomi un programmatore scarso.

 

Ecco perché, rispetto alla parola ottimismo, io prediligo il termine speranza: all’idea che “non è colpa mia, tanto passa e comunque sto bene lo stesso” preferisco contrapporre la convinzione che sono in grado di elaborare una strategia efficace, ossia di passare all’azione.

L’ottimismo non va gettato alle ortiche però: aiuta ad essere resilienti quando non possiamo cambiare la situazione.

La nostra bravura sta nel non cadere nell’ottimismo ottuso di chi dorme bene (forse), ma non conclude nulla.

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