La speranza è un ponte

La psicologia positiva si concentra sulle esperienze di benessere, soddisfazione, felicità per quanto riguarda il presente; quando guarda al futuro, i costrutti rilevanti sono quelli dell’ottimismo, del coraggio e della speranza.

In molte occasioni mi è capitato di citare pubblicamente la psicologia positiva. Più di una volta, tra il serio e il faceto, qualcuno mi ha chiesto se “l’altra psicologia” fosse “negativa”.

Siamo persone semplici e amiamo le dicotomie, l’ON/OFF del nostro computer.

Una conoscenza sommaria del tema può in effetti indurre a pensare che per essere felici sia sufficiente essere ottimisti e fiduciosi nel futuro. In una condizione ordinaria, la risposta è: forse. Ma a volte la vita ci pone in situazioni che ordinarie non sono, e ci impone di far fronte a esperienze in cui non sembrerebbe proprio esserci alcuna ragione di ottimismo. Ad esempio a molti tra voi sarà, purtroppo, capitato di incontrare un malato terminale.

 

Uno psicologo nei lager

 

 Victor Frankl è considerato un precursore della psicologia positiva, e deve essere tassativamente citato quando si affronta il tema di come si può superare un trauma. Frankl era uno psichiatra austriaco di origine ebraica, che subì la deportazione e fu prigioniero per tre anni nei campi di concentramento nazisti.

Frankl, partendo dalla sua esperienza nei lager, ha messo in risalto che il massimo trionfo umano sta nel non arrendersi e nell’affrontare con risolutezza le situazioni più atroci.

Questa capacità non deve essere confusa con la resilienza, anche se il concetto è molto simile: essere resilienti è già in sé un risultato, che si vede nel momento in cui il trauma è stato superato. Ciò di cui parla Frankl è un modo di vivere la condizione di sofferenza, e in questo senso si avvicina molto di più ai concetti di ottimismo e speranza.

 

Paura e speranza: uniti o divisi?

Il punto sta proprio in quella dicotomia “psicologia positiva vs. psicologia negativa” che vi ho citato sopra.

Si tratta, a tutti gli effetti, di una falsa dicotomia, più semantica che sostanziale: non esisterebbe una psicologia positiva del coraggio, dell’ottimismo e della speranza se non esistesse una psicologia negativa della paura, del terrore e della frustrazione. Similmente, non esisterebbe la resilienza senza il concetto di trauma.

È necessario quindi pensare alla psicologia come un tutt’uno in cui si dice “sì” alla vita (psicologia positiva) nonostante tutti gli aspetti negativi e oscuri dell’esistenza umana (psicologia negativa). Questa “nuova” psicologia positiva, che potremmo chiamare dialettica o matura, trae origine proprio dal pensiero di Frankl: lo spirito umano rimane fermo e resiste alle peggiori esperienze, conservando la propria dignità.

La lezione di Frankl sulla speranza sta proprio in questo. Nelle situazioni più tragiche, addirittura inimmaginabili, possiamo perdere tutto – i nostri beni, le persone che amiamo, il dominio sul nostro corpo – ma nessuno può toglierci il diritto di decidere quale atteggiamento avere rispetto al dolore e alla sofferenza che stiamo vivendo. Questo diritto non ci è dato dall’esterno, ma deriva solo dalla consapevolezza di chi siamo.

Il primo passo, nella concezione di Frankl, sta nell’accettazione della realtà: non c’è spazio per le illusioni e le fantasie. Se la realtà fa schifo – e di certo la realtà del lager era così – occorre prenderne atto. Dal punto di vista cognitivo, tuttavia, a questa constatazione conseguono due opzioni:

  • “Questa realtà fa schifo e non posso fare nulla per cambiarla. Tanto vale che mi deprima, mi lasci andare, sprofondi nella disperazione.”
  • “Questa realtà fa schifo e non posso fare nulla per cambiarla. Ma finché sono vivo posso affermare chi sono, manifestare coraggio e fiducia nel futuro, fosse anche ridotto ai prossimi cinque minuti.”

Una psicologia positiva matura si collega, tramite il concetto di speranza, alla psicologia che abbiamo definito “negativa”: non c’è benessere, non c’è felicità che non derivi in qualche modo dal superamento di una situazione di sofferenza o, come ci insegna Frankl, dall’accettazione di una condizione che non possiamo cambiare.

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