perdono

Lasciamoci così, senza rancore

“Non puoi essere ancora arrabbiata con tuo marito, ormai avete divorziato…”
“A cosa ti serve avercela con la tua azienda? Cercati un altro lavoro, no?”
“Non c’è un motivo per cui questa malattia è toccata a te e non a un altro. Fattene una ragione e continua a vivere!”
Nel tempo ho imparato una cosa: passata la solidarietà iniziale, le persone si stancano dei nostri problemi. Non solo i conoscenti, anche i parenti e gli amici più stretti, i quali avvertono la frustrazione di non poterci aiutare.
Allora, ci chiedono di dimenticare e andare avanti.
Nessuno ci chiede mai di perdonare. Eppure, perdonare è una scelta, mentre dimenticare è un processo inconscio. Ha più senso, quindi, incitare qualcuno a perdonare, che non a dimenticare.
“Per alcuni è più facile non considerare affatto gli influssi negativi in una situazione e decidere semplicemente di perdonare”. Jim Dincalci, autore di “Come perdonare quando non puoi” definisce questa decisione “perdono diretto”, e ritiene sia associata di frequente alla fede in una religione o in una posizione “neutrale” della Natura – “è andata così perchè doveva andare così”.
Per la maggior parte delle persone, perdonare non è affatto così scontato.

Il perdono come punto di forza

Nel corso degli ultimi anni ho ripetuto diverse volte il test relativo alle potenzialità umane, o “punti di forza”. Si tratta di una classificazione di aspetti caratteriali messa a punto dal fondatore della Psicologia Positiva, nonché famoso psichiatra, Martin Seligman:

Ognuno di noi presenta tutte e 24 le potenzialità, ma la gradazione è ovviamente diversa. Le potenzialità che occupano le prime cinque posizioni vengono definite come la “firma” della persona, che sarà portata ad utilizzarle con maggior frequenza e spontaneità.
La lista è stata successivamente rivista ed integrata grazie a studi che hanno accentuato alcuni aspetti più organizzativi, ma il nucleo fondamentale è questo.

Utilizzo normalmente questi test anche con i miei clienti, sia come elemento diagnostico sia come vero e proprio strumento di coaching. Se alcune delle potenzialità si presentano spesso in posizioni elevate – ad esempio la Creatività e l’Amore – ve ne sono alcune che ho trovato assai di rado all’interno della “firma”. Tra queste, il Perdono.
Una delle poche persone di mia conoscenza ad avere questa spiccata attitudine al perdono sono io.

Perché parlare di perdono?

Il mio interesse per questo tema è nato da lì, come riflessione su me stessa: certo, sapevo di non essere mai stata una persona particolarmente vendicativa, ma ho sempre associato il concetto di perdono a Dio e alla religione.

Da questa prima, embrionale analisi è scaturita però la considerazione che, in effetti,questa mia capacità innata di “lasciar andare” mi aveva aiutato molto in diversi momenti difficili della vita.

Cos’è il perdono?
Cosa si può perdonare?
Esiste qualcosa che non si dovrebbe perdonare?
Queste sono domande filosofiche appassionanti, e parlerò anche di filosofia nei prossimi post.
Ma il mio “mestiere” è quello di coach: mi relaziono con le persone per aiutarle a raggiungere degli obiettivi di lavoro e personali. Quindi, LA domanda per me è stata fin da subito questa:

“Come posso utilizzare il perdono per migliorare il percorso della mia vita e di quella dei miei coachee?”

Come capita sempre quando la domanda è buona le risposte non si sono fatte attendere.

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