Io, René e il 2020

Chiamiamolo René.

Il primo René che mi viene in mente è quello di Boris, il regista esasperato dagli attori cani e dalla fotografia “di qualità”.
Il secondo René è “il bel René”, alias Vallanzasca, famoso e affascinante bandito.
Il terzo René, d’ora in poi, sarà lui: un semplice tumore al rene che sembrava quasi bonario, e che se ne era andato senza fare troppe storie grazie a qualche agile colpo di bisturi.

Macché.
Tempo un anno e mezzo preciso, ed eccolo ripresentarsi, ma questa volta senza le sembianze placide del primo giro. “Stavolta ti faccio male sul serio”, mi diceva il referto dell’esame istologico, e nessuno poteva credere seriamente che fosse finita così, in bellezza, con quattro buchetti sulla pancia e due giorni di ricovero.
La medicina non è una scienza esatta, ammesso che ne esistano ancora, ma nemmeno un’opinione. Se René si era presentato la prima volta con la morbidezza di una prognosi fausta, questa volta la prognosi era nettamente sfavorevole.
E io mi sono messa ad aspettare.

Ho detto: se fra un anno sto bene mi rimetto seriamente a lavorare.
Non è trascorso un anno, sono trascorsi sei mesi, ed eccolo di nuovo qui.

 

Mixed emotions

Ho sempre avuto problemi con le visualizzazioni. Le rive dei ruscelli, le spiagge e le montagne innevate non mi vengono granché bene, invece visualizzare René è facilissimo.
Stranamente, non provo astio nei suoi confronti: fa il suo lavoro. Un lavoro sporco, senza dubbio.
In questi giorni ho raccontato la storia di René a diverse persone, quasi la totalità dei miei migliori amici, e mi sono resa conto che la mia reazione a questo evento negativo viene accolta con stupore perché esula da quello che ci si aspetta: depressione, angoscia, rabbia.
Temo che siamo stati abituati dal cinema e dalle fiction ad assumere le emozioni solo in purezza. Amiamo, odiamo, siamo arrabbiati o felici o disperati, ma sempre una cosa per volta.

Nella buona letteratura, come nella vita, non è mai così.
Si può amare una persona pur provando repulsione.
Si può essere adirati con qualcuno ma desiderare ardentemente una riconciliazione.
E io mi sento sollevata perché René è finalmente uscito allo scoperto in tutta la sua cattiveria, e in qualche modo la chiudiamo qui. Come, e soprattutto quando, ancora non lo so.

LaPsicologia Positiva in tempo di guerra

Ho 43 anni, sono pochi per i nostri standard europei del XXI secolo, ma sono stati 43 anni intensi. Non credo che, se campassi altri trent’anni, vivrei emozioni sensibilmente nuove rispetto a quelle vissute fino ad oggi.
Qualcuno mi ha scritto di mantenere alto il morale perché la motivazione conta molto in queste situazioni.
Sono d’accordo, ma a modo mio.
La retorica del Buon Malato celebrata dai giornali quando si ammala qualche personaggio noto, che si associa al campo semantico della guerra – “un combattente, un lottatore, uno che non cede” – non mi entusiasma. Si scende in battaglia con rabbia e paura, emozioni tipicamente negative. Passare il tempo con le armi in pugno è stremante: non per nulla la sindrome da stress post traumatico è stata studiata inizialmente nei reduci di guerra.
Ognuno di noi, invece, ha delle potenzialità che possono trovare un utilizzo positivo anche in momenti di difficoltà. La gratitudine, l’apprezzamento della bellezza, l’amore sono le prime che mi vengono in mente, benché non siano quelle che mi caratterizzano maggiormente. Occorre scoprire cosa ci rende forti, in modo talvolta incomprensibile agli altri.

Mi viene in mente quel Fabrizio Quattrocchi, ucciso in Iraq, che diceva “Vi faccio vedere come muore un italiano” mentre gli tagliavano la testa… beh, ovviamente qualche istante prima che gliela tagliassero.
Come affermava Viktor Frankl, parlando dei campi di concentramento nazisti, “ogni uomo, anche se condizionato da gravissime circostanze esterne, può in qualche modo decidere che sarà di lui spiritualmente: un internato tipico – o un uomo, che resta uomo anche qui e conserva intatta la dignità d’uomo.”
Questo rispetto per se stessi e per il valore della propria esistenza prescinde dalle condizioni esterne, ma nei momenti più critici è una risorsa inestimabile che sono felice di possedere, e che il mio amico René non potrà togliermi anche quando, fra qualche mese o fra qualche anno, arriveremo alla resa dei conti finale.

 

Con questo post inauguro l’anno 2020, in cui conto di riprendere a scrivere con regolarità. Scriverò soprattutto di questo, di come convivere con una diagnosi potenzialmente devastante senza perdere mai di vista chi siamo e sfruttando al massimo, anche in questo caso, le nostre potenzialità personali e la Psicologia Positiva… perché in effetti tutto il resto è noia 🙂
Aspetto le vostre storie a scrivimi@irenefacci.it

 

  1. AleStella

    Buongiorno Irene,
    noi non ci conosciamo ma il tuo articolo mi ha colpito.
    Sono d’accordo con te: non si lotta, non si combatte, perché tutto ciò contro cui combattiamo acquista la nostra stessa forza ed energia.
    È il primo insegnamento nelle arti marziali: non contrapporre mai la propria forza a quella di chi ci sta di fronte perché, se si è presentato a noi, ha sicuramente da dirci qualcosa.
    No, non ho mai avuto l’esperienza di un tumore quindi parlo da chi ignora.
    Ma 4 anni fa rimasi immobilizzata per circa tre mesi col braccio destro e mi dissero che avrei perso l’utilizzo del mio arto principale.
    Avevo dolore alla spalla continuo che mi rendeva impossibile dormire, lavarmi, guidare, fare da mangiare (ho due figli: un maschio e una femmina)… un dolore che non mi lasciava e che non mi permetteva di ragionare.
    Ho sbarellato, lo ammetto, alcune notti avrei preferito qualsiasi veleno anche letale pur di farlo smettere.
    È nessuna medicina mi faceva effetto: respiravo per qualche ora e poi “boom” di nuovo nel baratro.
    Il tempo è l’immobilità non aiutava il miglioramento, anzi.
    Avevo cominciato anche a soffrire di mal di schiena e dolori alle anche.
    È chiaro: appena si crea uno squilibrio il nostro corpo cerca di riequilibrare con quello che sa fare.
    Poi, durante una notte insonne, stufa di ascoltare musica e rassegnata a non dormire, ricordo quell’insegnamento appreso nelle arti marziali: se un nemico si presenta a te è perché ha qualcosa da dirti.
    La vita è una maestra molto dura quando non rispetti la tua natura, ed estremamente generosa quando invece lo fai.
    Quella notte ho deciso di parlare col mio dolore e non del mio dolore.
    Gli ho chiesto consiglio come si fa ad un amico, gli ho chiesto cosa non stavo capendo della mia vita e l’ho anche pregato di darmi respiro per recuperare le energie: mi sentivo come una bottiglia di vetro andata in frantumi, vedevo tutti i miei pezzi sparpagliati nel pavimento… Dovevo ricompattarmi.
    Quella notte stessa mi addormentai e girandomi nel sonno usai il braccio come perno per farlo. Sentii un dolore lancinante e crollai sul cuscino appoggiandomi sulla spalla con tutto il peso. Da quel momento il dolore forte era sparito e io ho cominciato a guarire.
    Mesi dopo, grazie ad una risonanza, capimmo che era stata una mera e stupida sublussazione che però mi aveva mangiato tutto il colletto dell’osso della spalla.
    Non sono nessuno per dirti queste cose, ma credo che se continui a parlare di tutta la cattiveria di René continuerai a percepirlo come un nemico e quindi sarà inutile dire che non vuoi combatterlo e lottare perché in cuor tuo hai già scelto il suo ruolo… e il tuo.
    Certo, parliamo di un tumore, e anche aggressivo, ma quale messaggio vuole darti? Quale parte di te rappresenta? A quale ombra dà voce?
    Dici di aver vissuto intensamente questi anni e credi che le emozioni che proverai non saranno sensibilmente diverse da quelle che hai già vissuto… non so che vita tu abbia avuto, ma quando sono nati i miei figli pensavo che non ci fosse emozione più grande di quella… Mi sbagliavo! Adesso sono adolescenti e l’emozione più bella è l’abbraccio che mi hanno appena dato, o l’ultima imbronciata, o discutere di politica o vederli stare al gelo fuori da un supermercato a convincere estranei a regalare dei giochi ed esser ricompensati dal sorriso di un bambino in una casa famiglia.
    È l’ultima emozione provata la più bella, credimi!
    È ripeto, sono d’accordo con te: non lottare, ma sogna, desidera, trova un modo per per vivere un intenso istante di amore, coltivato e lascia andare la paura e la preoccupazione. Anche solo per un istante.
    Vivi il qui e ora sapendo che il passato è una illusione e il futuro una ipotesi.
    È l’hai detto tu parlando dei campi di concentramento: scegli quale persona vuoi essere.
    Perché la tua vita non è importante solo per te, ma per tutti noi, per tutto il mondo di cui hai la responsabilità di farne parte, perché tutto le emozioni intense che hai vissuto in questi anni non vadano perse ma aiutino questo mondo malato a rifiorire ancora.
    Ognuno di noi nasce con un dono e nasce con una missione e può andarsene solo quando questa missione è compiuta.
    È la tua non lo è.
    Namastè

    • Irene Facci

      Carissima Alessandra, ti ringrazio moltissimo per il tuo commento che, ammetto, mi manda in crisi non come coach né come malata di cancro, ma sicuramente come “scrittrice”. Non lo dico col tono passivo aggressivo, “forse non mi sono spiegata = non hai capito nulla”, ma evidentemente mi sono spiegata male davvero 🙂
      La “resa dei conti finale” di cui parlo è meramente fisica, ma quello che conta è il modo in cui si vive nel frattempo. Concentrati piuttosto su quando scrivo che non provo astio nei confronti di René, perché questo è il nocciolo. In realtà potrei essere ancora più dark e raccontarti che io con lui ci parlo, forse come hai fatto tu, e ironizzo sul fatto che una persona come me potesse essere colpita solo da un tumore raro (ebbene sì, lui lo è) e non da uno di quelli più diffusi. Penso sia molto più facile per me capire il senso di quello che sta accadendo, di quanto non lo sia per chi mi sta intorno e che a volte reclama quello spirito “Star Wars” che io non credo sia utile. Ottimo il paragone con le arti marziali, non ci avevo mai pensato!
      Anche sul secondo punto ti do ragione: la vita mi riserva ancora moltissimo in termini di emozioni, e notoriamente non sono una che si risparmia in tal senso. Dico grazie anticipatamente alla vita per quello che mi riserverà, ma il mio grazie è ancora più grande per tutto ciò che mi ha già riservato. Se non altro, perché so che é tanto.
      Quello che vedo, spesso, sono persone che sarebbero terrorizzate nella mia situazione ma che in realtà hanno passato l’esistenza a nascondersi dietro ogni tipo di scuse. Non è un giudizio: lo dico con dispiacere, ma sono felice di non aver mai avuto paura della vita perché solo così posso non averne della morte.

      Un abbraccio, a presto,
      Irene

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