Resilienti si nasce

Il titolo di questo post è provocatorio, almeno un po’, ma è certo che la componente ereditaria possa fare una certa differenza quando si parla di resilienza.

Il modo in cui il nostro corpo risponde allo stress è differente, e ha un impatto sulla nostra capacità di ripresa dopo un trauma o una forte crisi. Gli studi effettuati sui roditori hanno dimostrato che, all’interno di un gruppo di topi identici da ogni altro punto di vista, vi sono alcuni soggetti che “mantengono la calma” anche quando si sentono minacciati da una volpe o da un altro grosso animale, e cercano comunque di mantenere i legami sociali con i propri simili.

Mentre i ricercatori lavorano a farmaci in grado di stimolare la resilienza nella sua componente ormonale, che andrebbero ad agire in associazione o sostituzione agli antidepressivi (per chi fosse interessato capirne di più: http://labs.neuroscience.mssm.edu/project/nestler-lab/) , vale tuttavia la pena di allenarsi su altri campi da gioco. La resilienza, come “dato” finale, è infatti il prodotto di una combinazione di fattori di rischio e di fattori protettivi.

In un percorso di coaching è davvero difficile poter incidere sui primi. Si tratta, infatti, di aspetti molto radicati nelle prime fasi dello sviluppo – casi di abuso, isolamento, rifiuto, deficit e ritardi mentali – o nei legami familiari – conflitti, scarso legame coi genitori. In caso di importanti criticità legate a questi temi il suggerimento non può che essere quello di un percorso di psicoterapia.

Il contributo del coaching può essere invece davvero significativo quando si decide di lavorare sui fattori protettivi. I ricercatori concordano, a grandi linee, su questa classificazione:

 

  1. Conoscere se stessi da ogni punto di vista. Essere consapevoli significa saper riconoscere e dare un nome alle proprie emozioni, positive e soprattutto negative, e associarle in modo preciso alle proprie reazioni: perché ho lanciato un piatto contro il muro? Cosa provavo in quel momento? “Rabbia” è una buona risposta, ma “gelosia, frustrazione, senso di violazione” sono risposte migliori. E dal punto di vista fisico, cosa mi è successo? Sudorazione, senso di calore al viso, oppure mani gelate o collo rigido?
  2. Saper controllare le proprie reazioni. È un fattore collegato al precedente, ma non c’è una dipendenza. Persone molto controllate possono non avere idea di cosa succede dentro di loro e… ovviamente conosciamo tutti individui che pur sapendo benissimo di essere furibondi e avere il sangue alla testa, il piatto lo lanciano ugualmente!
  3. Vedere le cose secondo prospettive diverse. Anche detta “agilità mentale”, comprende una serie di fattori non emotivi ma cognitivi: la capacità di problem solving, la flessibilità, il pensiero critico. E’ il motivo per cui, al di là dello specifico contenuto professionale, parlare con qualcuno che ci faccia vedere le cose da un altro punto di vista è sempre utile. Può essere uno psicologo, un coach, un religioso, ma a volte basta un amico saggio.
  4. Essere ottimisti. Contrariamente a quello che si può pensare l’ottimismo genera emozioni positive, ma nasce da un processo cognitivo: consiste nel riuscire a distinguere, nelle varie situazioni, cosa è possibile controllare e cosa no. Sulla base di questo primo set di informazioni, conviene essere ottimisti per quello che non si può cambiare, mentre ci si concentra su ciò che è modificabile vedendolo come una sfida (N. d.A. so che questa frase irrita molte persone, ma è così: vedere qualcosa come opportunità o come minaccia può fare la differenza, se parliamo di ripresa da un trauma!). Ne abbiamo parlato la settimana scorsa qui.
  5. Pensare di avere gli strumenti giusti. Se vedo le situazioni critiche come sfide, ma penso di non avere a disposizioni le risorse per vincerle, ho fatto solo metà del lavoro. Essere consapevoli dei propri talenti e delle proprie potenzialità, e collocarli nella cornice di una corretta autostima, è il passaggio successivo.
  6. Essere connessi. Non al Wi-fi, ovviamente, anche se questo può aiutare a mantenere i legami con le persone che sono fisicamente distanti da noi. Sapere che al mondo c’è almeno una persona che, qualsiasi sia la situazione, pensa bene di noi e ci ama, è un fattore protettivo di importanza straordinaria. Molto è determinato dallo stile di attaccamento della prima infanzia, e non è ovviamente “materia da coaching”. Tuttavia è possibile supportare le persone nell’adozione di comportamenti funzionali in contesti specifici, e soprattutto esplorare insieme un altro livello di connessione, quello spirituale. Non spaventatevi: si tratta di cercare il legame con qualcosa di più grande di noi: esempi classici di legami spirituali sono il sentirsi parte della natura, del progresso o dell’umanità in generale. La fede religiosa è solo una delle possibili declinazioni.
  7. Far parte di comunità positive. Possedere tutti i fattori protettivi precedentemente elencati, ma essere inseriti in un contesto che “rema contro” – una famiglia con cui non riusciamo a comunicare, un ufficio dove ci fanno mobbing o un gruppo di “amici” che tanto amici non sono… diciamo che non aiuta. Per quanto riguarda in particolare il tema del lavoro, vi ricordo che con Accademia Business sto lavorando proprio per far sì che le aziende diano il loro contributo positivo anche a quest’ultima classe di fattori protettivi.

 

E voi, che voto vi dareste in resilienza?

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