E adesso cosa faccio?

Ho deciso di dedicare questo mese alla crescita post traumatica. Se la resilienza, infatti, è la capacità di tornare allo stato di partenza dopo un trauma o una qualche forma di sofferenza, la crescita post traumatica ne è una particolare evoluzione. Ma esiste davvero?

Sono abituata a non dare niente per scontato, quindi – pur senza velleità accademiche – mi sono messa a spulciare un po’ di letteratura psicologica. La risposta a questa domanda, infatti, non è per nulla ovvia: l’obiezione più frequente è che le persone hanno bisogno di rafforzare costantemente la propria autostima, quindi vogliono mostrare a se stesse e al mondo di essere inserite in un percorso di costante miglioramento. Possono, pertanto, sopravvalutare lo stato di benessere post traumatico denigrando il passato.

Sembra astratto? Non lo è: siamo abituati a sottintendere che il nostro vecchio partner non era un granché, per dimostrare in primis a noi stessi che quello nuovo è meglio. Eppure eravamo disperati quando ci ha lasciato!

In ambito lavorativo, quando raccontiamo il passaggio difficile da un ruolo professionale ad un altro mettiamo istintivamente in evidenza gli aspetti positivi del nuovo lavoro e quelli negativi del vecchio, anche quando siamo stati licenziati.

In tal senso, la crescita post traumatica potrebbe essere una semplice strategia di coping orientata alla reinterpretazione positiva della realtà, anche quando la realtà non è positiva affatto – il nuovo fidanzato è così così e il lavoro di prima era meglio di quello di adesso. La maggior parte delle ricerche, tuttavia, confermano l’esistenza di un vero miglioramento nel benessere psicologico di alcuni individui, e sembrano pertanto confermare l’esistenza della crescita post traumatica.

In che modo le strategie di coping possono influire su un individuo, portandolo in questa condizione?

 

Come si cambia

Ciascuno di noi, di fronte al dolore derivante ad esempio da una malattia o da un lutto, elabora una o più strategie per gestirlo. Queste sono comunemente chiamate col termine inglese, coping, che traduce perfettamente il concetto di far fronte, ad un trauma o, per estensione, ad una condizione di sofferenza. Si tratta di un insieme di comportamenti e sforzi messi in atto per rispondere agli stimoli esterni utilizzando in maniera efficace le proprie risorse. Il processo è dinamico perché la persona rivaluta continuamente se i suoi comportamenti “funzionano” oppure no rispetto all’obiettivo di ridurre lo stress e se non funzionano, auspicabilmente, li cambia. (Lazarus e Folkman, 1991)

Il coping può essere focalizzato:

  • Sulle emozioni: mira a regolare le emozioni negative generate dall’evento;
  • Sul problema: mira ad eliminare la causa di stress alla fonte, quindi a “risolvere il problema”;
  • Sull’evitamento: non affronta nulla, ma cerca di ignorare il problema. Alcuni, ad esempio, negano per molto tempo l’evidenza di essere stati lasciati dal partner, nell’illusione che “facendo finta di nulla” tutto tornerà come prima. Questo comportamento non li fa stare meglio, quindi non è un coping “emotivo”; ma nemmeno risolve il problema, anche perché un “problema” così, per sua natura, non può essere risolto.

In generale, le strategie di evitamento funzionano bene nel breve periodo, ma devono poi essere integrate con altri strumenti.

Le strategie che rimandano al mondo emotivo possono funzionare oppure no a seconda di una serie di fattori – ad esempio di quanto abbiamo sviluppato la resilienza e di quali fattori di rischio e/o protettivi ci appartengono; ma anche dalla situazione contingente e dal contesto in cui ci troviamo.

Tra le strategie di coping emotive abbiamo principalmente:

  • Confidare nell’aiuto di Dio, pregare o approfondire la propria spiritualità
  • Cercare di scherzare sulla situazione
  • Cercare di vedere il lato più positivo dell’accaduto
  • Cercare di esprimere e di tirare fuori tutte le emozioni

Ma anche:

  • Utilizzare sostanze (droghe, alcol, medicinali etc.) per non pensarci
  • Catastrofismo
  • Isolamento
  • Autocolpevolizzazione

La crescita post traumatica sembra essere favorita in maniera sufficientemente chiara solo dalle strategie focalizzate sul problema, ossia quelle che prevedono:

  • la ricerca di informazioni, consigli e conoscenze da altri
  • La valutazione dei pro e dei contro
  • l’assunzione di controllo della situazione – pensiamo a un film catastrofico in cui un “uomo qualunque” mette in salvo gli altri. Una reazione così, per quanto eroica, rientra tra le strategie di coping.

Per quello che mi riguarda il quadro è davvero molto interessante: avere il controllo della propria vita è l’unica strategia di coping che aumenta la probabilità di stare meglio dopo aver vissuto una crisi o un trauma. È ciò su cui lavoro ogni giorno con i miei coachee, e ora so che anche la scienza è dalla mia parte!

 

 

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