Ripartire

Tutti abbiamo nella mente l’immagine degli impiegati americani che lasciano il loro posto di lavoro, portando via i propri effetti personali in una scatola di cartone.
Me li vedo seduti sulla veranda della loro casetta americana, intenti a fissare questa scatola da cui spuntano in ordine sparsa agende, foto dei bambini e piccole piante grasse. Intenti a ripensare a quando avevano una scrivania, un ufficio e magari un’assistente personale.

Prima o poi capita a tutti

Il licenziamento, sia individuale sia per ragioni aziendali di tipo economico od organizzativo, è un evento che può capitare a chiunque. A volte si tratta, formalmente, di dover dare le dimissioni perché non vi sono più le condizioni per proseguire la collaborazione. I motivi possono essere svariati: da episodi di mobbing, a situazioni familiari complesse e inconciliabili con orari fissi e tempi di trasferimento.
In entrambi i casi ci si trova senza un’occupazione, seduti in salotto a fissare sul calendario i giorni che passano.
Questo può anche non comportare preoccupazioni  economiche immediate, grazie a indennità e trattamenti di fine rapporto, ma induce comunque uno stato di frustrazione che può sfociare in vere e proprie forme di depressione.

Chi cerca trova…

È fondamentale in questi casi cercare e trovare tutti gli aiuti possibili: dal supporto emotivo di familiari ed amici, al sostegno di un counselor che aiuti a comprendere l’accaduto. Sono ormai disponibili anche molti servizi di consulenza utili a cercare una nuova collocazione lavorativa, ci sono pressoché infinite possibilità formative sia in presenza sia online. Infine, un social network come LinkedIn – se è stato correttamente utilizzato per ampliare la propria rete – può essere ora utilizzato per stimolare interesse da parte di eventuali datori di lavoro.
In tutta questa attività di ricerca, tuttavia, manca qualcosa.
Manca il fermarsi a pensare che cosa si sta cercando, che potrebbe non essere quello che abbiamo lasciato.

Storia di Caterina

Una delle mie prime coachee, si rivolse a me perché aveva perso il lavoro in banca.
Caterina era madre di un bambino piccolo e desiderava ampliare ulteriormente la famiglia. Nelle sue parole emergeva spesso l’idea di trasferirsi nella città d’origine del marito, che lei considerava più accogliente nei confronti dei bambini e più “a misura d’uomo”.
Con Caterina abbiamo lavorato molto su questo tema legato innanzitutto ai valori, ma anche alle sue potenzialità personali: se la sua vita non le avesse consentito di esprimere in maniera forte e costante le dimensioni in cui eccelleva, sarebbe stata sempre e comunque insoddisfacente.

Cosa mi sono perso?

Qualsiasi cambiamento ha un presupposto: la consapevolezza di quale sia il punto di partenza.
Analizzare senza sconti il bello e il brutto della situazione lavorativa passata, sia nello specifico – condizioni di lavoro, mansioni, possibilità di crescita etc. – sia per il suo legame col contesto: il luogo in cui vivo, le responsabilità che ho, quali sono le aspettative degli altri.
È un’analisi che non necessariamente produce conseguenze drammatiche, anzi. Caterina decise che la sua priorità sarebbe stata quella di cambiare città, anche a costo di sacrificare alcune aspettative in termini lavorativi, perché solo così avrebbe potuto integrare valori e potenzialità in un’ottica di complessivo benessere. In realtà, trovò un ottimo lavoro nella città che aveva scelto, probabilmente nell’unica banca esistente!
Il coaching può essere molto utile nel processo di revisione critica delle esperienze passate, per recuperare il “buono” e lasciar andare ciò che in realtà non ci rappresentava e non contribuiva in alcun modo al nostro benessere. Parlare di valori, di paure e di limiti… ma anche di come non piombare in una spirale catastrofista che ci fa vedere tutto nero, costituisce il punto di partenza per la definizione di un nuovo, e più coerente, progetto di vita.

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