Chi accende la luce?

Reduce da vicende lavorative e sentimentali piuttosto tristi, nel 2004 decisi per la prima volta nella mia vita di rivolgermi ad uno psichiatra psicanalista: soffrivo di una sintomatologia ampia e variegata che mi rendeva ormai difficile persino andare in ufficio.

Molti anni dopo nacque la mia seconda figlia che da piccola dormiva pochissimo: almeno in un paio di occasioni avevo sfogato la mia stanchezza, con urla e qualche sculaccione, sul malcapitato figlio maggiore. Mi rivolsi quindi alla psicologa di una struttura specializzata in depressione post partum, affinché mi aiutasse a ritrovare un po’ di serenità.

Per un problema sentimentale tetro e complesso sono poi finita da una counselor: non avevo più intenzione di farmi psicanalizzare, volevo semplicemente qualcuno che mi ascoltasse e mi aiutasse a superare una crisi che percepivo come transitoria, certo, ma estremamente violenta.

Infine, quando il mio figlio maggiore ha iniziato la scuola elementare ci siamo rivolti ad un pool di neuropsichiatri e psicologi affinché ci aiutassero a capire perché la maestra parlava di lui come di un mostro. La risposta è arrivata insieme ad un provvidenziale cambiamento di scuola, arrivederci e grazie.

 

La parola all’esperto

Che esperienze sono state? Dipende.

Gli specialisti hanno visto giusto in alcuni casi, preso delle clamorose cantonate in altri. In tutti gli esempi citati, tuttavia, il rapporto si è concluso quando mi sono accorta che qualsiasi cosa dicessi veniva letta con gli occhiali del loro paradigma, e passavo più tempo a correggere le loro errate interpretazioni che a parlare dei miei veri problemi.

I suggerimenti piovevano: se avessi seguito alcuni di questi la mia vita avrebbe preso una piega molto diversa, certo non migliore, a volte drasticamente peggiore.

Ci tengo a sottolineare che sto parlando di ottimi professionisti che, anche dal punto di vista umano, ricordo in termini positivi. Il problema, credo, non sta tanto nel singolo individuo quanto nel senso di infallibilità che si associa a certe qualifiche professionali. Se questa convinzione è grave in un medico “del corpo”, è ancor più pericolosa in uno che cura la mente: anche se la mole di dati e studi scientifici è amplissima e in costante crescita, sappiamo ancora troppo poco per non essere guidati dal dubbio quando parliamo di stati di disagio e sofferenza psichica.

Penso spesso a questi esperti quando sento qualcuno criticare il coaching definendolo come un insieme di tecniche inutili, banalità, domande all’universo e risposte alla “se vuoi, puoi.”

Perché il fatto che il coaching non faccia danni passa in sordina.

Eppure, secondo Ippocrate, primum non nocere.

 

Quello che serve

Mi scrive V. : “Ho sempre apprezzato il valore del coaching, e lo faccio tuttora. Mi sento un po’ esclusa da quando ho scoperto che avevo solo bisogno di un diario del litio invece che della gratitudine.”.

Rileggete il primo esempio che vi ho citato: avevo scelto uno psichiatra affinché potesse, al bisogno, prescrivermi un trattamento farmacologico. Non ho preclusioni: quando serve, serve. Tuttavia, in molti casi diversi da V. il diario della gratitudine potrebbe essere sufficiente a riequilibrare la bilancia emotiva dell’individuo. E’ meglio, allora, tenere un diario della gratitudine per vedere se funziona o prendere di default dei farmaci – ansiolitici, antidepressivi, non so che altro perché non è il mio campo – che certo raggiungono il risultato, ma sono anche più dannosi? Si fa sempre in tempo ad iniziare col litio.

Non si tratta poi solo di questo: ogni esperto ricorre, talora inconsapevolmente, ad un tipo di argomentazione definita ab auctoritate, ossia basato sulla propria autorevolezza e non sulla realtà delle cose. In genere non ci mettiamo a discutere con l’oculista, e non lo facciamo nemmeno con lo psicologo, perché si presume che conoscano cose che noi non sappiamo.

Il punto è che se lo psicologo dice che l’unica soluzione ai tuoi problemi è mettere mille chilometri tra te e la tua famiglia lo fai benché, come tutti gli specialisti, anch’egli possa sbagliare. Lo fai perché ti sei rivolto a lui per avere delle risposte.

Se sei in una caverna buia, l’esperto è quello che arriva con una lanterna e ti fa strada. Un coach al massimo ti porta i fiammiferi.

Se ti rivolgi ad un coach per avere delle risposte, o lui non si è spiegato bene o tu non hai capito niente.

 

Il valore del Coaching

Mi scrive sempre V.: “Potrò invidiare quelli che risolvono tutto facendo le domande giuste all’Universo?”

Certamente, li invidio anch’io, ma non sono coach, o almeno non lo sono nel momento in cui fanno domande all’Universo. Il coach fa domande ad una sola persona, il suo coachee. E si aspetta che il coachee non giri la domanda all’Universo o al cugino da casa, come se fosse il partecipante di un quiz televisivo.

Durante una sessione di coaching perfettamente riuscita tutto tace: l’Universo, il pubblico in studio, e soprattutto il coach. Non ha il litio, e non ha nemmeno delle teorie. Solo il coachee può trovare la soluzione, se riesce a rileggere con lucidità le proprie scelte. Se, invece, questa operazione risultasse troppo ardua potrebbe significare che dentro di lui fa troppo buio. Non basta qualcuno con cui procedere insieme, serve qualcuno che accenda una luce: potrebbe essere quella sbagliata, perché nemmeno il migliore degli psicanalisti è infallibile, e potrebbe arrecare dei danni, ma a quel punto l’alternativa non è il coaching, sono solo l’inerzia e la sofferenza.

E, come diceva Cesare Pavese, “la grande, la tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente”.

 

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