Le crêpes dell’autostima

L’altro giorno sono stata dalla nutrizionista, perché sono sempre impegnata in mille cose e mangiare è un’attività residuale, a cui di norma dedico un’attenzione molto ridotta.

Sono stata visitata e interrogata, e mi è stata poi fornita la dieta da seguire. Si tratta di uno schema molto sensato, senza eccessi, con la particolarità di prevedere una colazione essenzialmente a base di proteine. La dottoressa mi ha proposto alcuni esempi di alimenti consigliati – tacchino, frutta secca – e ha concluso con “e qualche volta si mangi un uovo”.

Ma io odio le uova”, ho risposto.

“Allora le usi per farsi le crêpes!”, ha concluso.

 

Yes, panic!

Quella frase era apparentemente senza implicazioni, avrei potuto accantonarla e continuare a cibarmi di prosciutto cotto e noci, invece è stata la mia madeleine avvelenata di metà marzo. Sono uscita dallo studio della dottoressa senza pensare alle mie intolleranze, al peso o alla massa magra, ma con un senso di insofferenza che non riuscivo a identificare. Poi sono riuscita a tradurlo in parole:

“ma “questa” non lo sa che fare le crêpes è difficile e ci si mette una vita? Le ho appena spiegato che non ho tempo di cucinare!”

Arrivata a casa, sempre sbuffando contro i medici che danno consigli senza tenere presente il principio di realtà, ho iniziato a sfogliare il malloppo di carte che mi era stato consegnato. Tra queste, un piccolo ricettario in cui campeggiava la ricetta per le crêpes senza latte:

 

“Ingredienti: 125 g di farina, 1 uovo, sale q.b., 300 cc di latte di riso, poco zucchero, un cucchiaino d’olio.

Battere insieme gli ingredienti con una forchetta fino ad ottenere una pastella fluida ma non troppo liquida. Riscaldare una padella antiaderente. Versarvi un po’ di pastella, dopo mezzo minuto girare la crepe e lasciarla cuocere brevemente sull’altro lato.”

 

Ora, lo so che il novanta per cento di voi – e forse anche qualcuno in più – starà pensando:

  1. che mi sono convertita da Disruptive Coach a Food Blogger;
  2. che sono una pessima cuoca.

In realtà nessuna delle due cose è vera. Vero è, invece, che si tratta di un classico esempio di convinzione autolimitante. E se parlare di crêpes vi fa sorridere, provate a rileggere questa storia pensando a quando volevate aprire il vostro blog, o vendere le vostre piccole creazioni artistiche, o fare un corso online per diventare Social Media qualcosa.

Perché non lo avete fatto?

Perché ci voleva un sacco di tempo, perché era difficile, o forse entrambe le cose.

 

Un’idea, un concetto, un’idea…

Così cantava Giorgio Gaber, e continuava: “finché resta un’idea è soltanto un’astrazione”.

Da dove mi era arrivata questa convinzione che fare le crêpes fosse difficile e dispendioso in termini di tempo?

Mi servirebbe l’ipnosi, per capirlo. Qualcosa che aleggiava nell’aria in casa, un “domenica faccio le crêpes” detto come se si stesse annunciando una nuova campagna di Russia; un ospite che diceva a mia nonna “ma hai addirittura fatto le crêpes? Che brava!”; l’esistenza di un utensile apposito, la crepiera, che certo richiedeva l’aver acquisito un patrimonio di sapienza a me precluso.

Eppure, negli anni, ho visto “angoli delle crêpes” in qualsiasi villaggio turistico; mia suocera le faceva senza drammatizzazioni particolari; le ho assaggiate ripiene di Nutella come dessert in ristoranti senza velleità culinarie (questo magari non ditelo alla mia nutrizionista).

Come mai nella mia mente non è mai scattato il pensiero che, in fondo, “fare le crêpes” non fosse poi questa grande impresa?

Perché nei ricettari saltavo a piè pari le ricette “Crêpes con…”, ritenendole oltre la mia portata?

La mia mente, semplicemente, non vedeva ciò che avrebbe potuto modificare la mia opinione sulle crêpes. Negare l’evidenza è un semplice meccanismo di difesa, che in questo caso mi ha protetto per anni dal rischio di fallimento, dal non essere in grado di cucinarle. Nella fattispecie, ha inciso in modo marginale sulla mia esistenza – non ho mai pensato di darmi alla ristorazione – ma cosa sarebbe successo se una simile convinzione l’avessi avuta rispetto alla scrittura, o alla formazione, ossia quello che ora faccio con amore e che mi dà di che vivere?

Rimuovere le convinzioni che ci impediscono di fare le cose che amiamo è un passaggio fondamentale, in particolare se abbiamo la sensazione che la nostra vita non ci appartenga e non ci assomigli.

Così concludeva Gaber:

“se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione”.

Io ho iniziato a farlo, e con grande soddisfazione. E voi?

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