La malattia dell’autostima

Qualche giorno fa ho riletto un mio post, pubblicato poco più di un anno fa sul blog di Accademia della Felicità, in cui raccontavo della mia malattia.

Potrei confermare parola per parola tutto ciò che ho scritto; alcune frasi suonano un po’ ingenue, col senno di poi, perché se il 2017 era stato un anno impegnativo, il 2018 non è stato da meno.

Mi ha colpito, tuttavia, una frase che non ricordavo nemmeno di aver messo nero su bianco, ma racchiude in sé mezzo percorso di coaching sui temi dell’autostima:

La malattia, questa malattia così grave e soprattutto così improvvisa, non mi ha portato come potreste pensare ad intristirmi sugli obiettivi che ancora non ho raggiunto, ma a complimentarmi con me stessa per quelli raggiunti.

Come ho scritto la settimana scorsa, il coaching può incidere solo in maniera tangenziale sui fattori di rischio che predispongono una persona ad essere poco resiliente: molti di questi fattori si sviluppano nell’infanzia e dipendono dallo stile di attaccamento con la madre, dalle relazioni con i pari e dalle esperienze vissute in diversi contesti. A volte, tuttavia, non è necessario indagare sul passato o risolvere chissà quale nodo della vita personale e familiare. Se la carenza di autostima è legata a elementi più recenti, e ad un copione non così pesantemente radicato, può essere sufficiente fermarsi a riflettere su quello che di buono abbiamo fatto fino ad oggi.

 

All’inizio mi sorprendevo di quanto i coachee trovassero difficili queste domande.

 

Racconta un episodio di successo in ambito lavorativo.

Mah, non so, non faccio niente di particolare.

Ti sarà capitato un progetto stimolante.

Il mio lavoro è noiosissimo.

Ok. Nella vita privata?

Uno schifo.

Ma come? Non mi hai raccontato di aver salvato un gattino abbandonato sotto la pioggia, averlo curato amorevolmente e poi dato in adozione ad una famiglia meravigliosa stile Mulino Bianco old style?

Aaaaaaah, sì, vabbè.

 

L’esempio è ironico, ma di situazioni simili ne ho vissute molte. C’è una sorta di pudore nel raccontare le cose buone che abbiamo fatto e i risultati raggiunti. La cultura della modestia è una buona cosa, ma quando i genitori cercano di inculcarla nei figli dovrebbero precisare: “Non ci si vanta in pubblico. In pubblico. Ma se tu sai fare bene una cosa, ricordatelo. Segnatelo da qualche parte. Raccontalo ai tuoi amici più cari. E anche al coach se mai ne avrai uno!”

 

Allo stato attuale, il rischio è che noi stessi dimentichiamo quello che siamo stati in grado di fare; e, addirittura, che non ce ne rendiamo conto nemmeno mentre lo stiamo facendo. Procediamo per inerzia, condizionati da un pessimismo che ci fa credere che se qualcosa va male è colpa nostra, ma se va bene è certamente merito del destino.

Il primo rischio è che, messi davanti a una situazione sulla quale non abbiamo alcun controllo, ci manchino gli strumenti cognitivi ed emotivi per affrontarla. E addio resilienza. Ma anche addio autostima.

Il secondo rischio è che se la sfida è troppo grande, non riusciamo a trovare nulla con cui controbattere a quella vocina catastrofica che nella nostra testa sussurra “Vedi? Sei un buono a nulla”.

Federica Solazzo, una mia coachee che sta completando il tirocinio, ha coniato un termine per questo esercizio che consiglio caldamente a tutti: tenete il “diario della bravitudine”. Scriveteci tutte le cose che siete riusciti a fare man mano che le fate.

Sarà il vostro manuale di supporto per sostenere l’autostima, quando il gioco si farà duro.

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