(Non) volevo essere Paolo Brosio

Scrivere questo post per me è doppiamente difficile.

Una sera la mia amica V., una delle poche che regge il mio humor nero, mi ha detto che dovevo riprendere a scrivere sul blog anche se si rendeva conto che ero in difficoltà: “Tu avevi il monopolio della morte, adesso è diventata mainstream.

Le ho spiegato che stavo riflettendo moltissimo su alcuni temi che, per quanto da sempre centrali anche nelle mie proposte di coaching – il significato della vita, il perdono, l’etica – si stavano avvicinando sempre di più al tema della fede.

La sua risposta è stata lapidaria: “Eeh… facile dopo l’indulgenza plenaria e con un’aspettativa di vita ridotta!

Ecco, quando uno con una malattia inguaribile inizia a parlare di fede, dopo essersene tenuto lontano per tutta la vita, a me si rizzano i capelli.

Mio padre, per dire, frequentava la chiesa solo per battesimi, matrimoni e funerali. Quando è arrivato il suo momento, tra le sue cose ho trovato l’acqua santa. Non ho idea di quale percorso avesse fatto, lui, e in assenza di contraddittorio il rispetto è dovuto… tuttavia le conversioni in punto di morte mi sembrano quasi sempre venate di disperazione più che di spiritualità.

Il secondo motivo per cui trovo difficile affrontare questi temi in un post è quello che potremmo definire the Brosio Effect, che per ovvi motivi di autostima preferirei evitare. Se non mi piacciono le conversioni in punto di morte ma umanamente le comprendo, le “folgorazioni” mi irritano e basta.

Sarà che non ho la personalità del tifoso: che sia una squadra, un Paese o una religione, mi lascio sempre catturare dalla complessità delle cose e vedo luci e ombre di ogni realtà. Prendo posizione sui singoli temi, ma non ho lo spirito della groupie.

Nella mia infanzia ci sono stati: il catechismo settimanale all’oratorio, la prima Comunione, la Cresima. Il presepe a Natale. La montagna e il corso di ricamo con le suore.

Nella mia infanzia non ci sono stati: una nonna devota, la Messa ogni domenica, le preghierine a casa. Ringraziare Dio. Chiedere a Dio. Chiedersi se Dio c’era.

Vengo da quell’humus da cui proviene la maggior parte di noi, specie chi è cresciuto nei piccoli paesi: cattolici per nascita, con alcune tappe da superare per mettere la spunta. Dopo la Cresima, liberi tutti. Qualche recupero in corner al corso prematrimoniale (non io), il battesimo dei figli “perché i nonni ci tengono”.

L’ora di religione a scuola, gliela facciamo fare? Ma sì, va’. Tutta cultura.

Non sono mai stata tentata da altre religioni, perché sono pigra e perché nel Vangelo ci sono tutte le regole che qualunque brava persona dovrebbe cercare di seguire nella vita. Preti e suore ne ho conosciuti diversi: alcuni mi sono piaciuti, altri no, altri così così. Esattamente quanto il resto delle persone.

 

Siamo gli agnostici

Così potrebbe cantare un Leo Ferré in vena di autoparodia.

Superata l’adolescenza, ho accettato due fatti: non ero omosessuale, e non ero credente. Fino a prova contraria.

Su entrambi i temi non ho mai posto veti: se parliamo di modi di essere, e non di comportamenti, non penso ci sia una reale libertà di scelta e mi sono rimessa al caso. Il risultato? Sono rimasta eterosessuale, e sono anche rimasta agnostica per molti anni.

Ogni tanto c’erano momenti di dubbio: entravo in una chiesa vuota e mi sentivo bene, incontravo qualcuno provvisto di una bella fede granitica e provavo stupore. Ricordo un sacerdote col quale mi ritrovai, a fine liceo, a fare una vacanza in montagna. Si vedeva che ci credeva e a me, che volete, quelli che credono in qualcosa di buono piacciono sempre.

Niente di tutto ciò era mai stato sufficiente a farmi spostare dalla mia pigra posizione di partenza rispetto alla domanda “Esiste Dio?”. Risposta: Non sa/Non risponde.

Umberto Veronesi diceva che il cancro era la prova dell’inesistenza di Dio. Me ne vengono in mente molte, in realtà, ma nessuna definitiva.

Come si fa ad essere malati di cancro e avere fede? Non mi lancerò in una disputa teologica, sono una persona semplice, ma a volte mi dico: se deve succedere qualcosa di brutto ai miei figli, per favore fammi morire prima.

In tal caso, io vedrei nel mio cancro la prova dell’esistenza di Dio, non il suo contrario… come la mettiamo?

Non sono una filosofa e comunque la metafisica mi affascinava poco anche al liceo. La questione, per me, non è se Dio esiste, ma perché ne sentiamo il bisogno.

 

Credere in un Dio vuol dire comprendere la questione del senso della vita. Credere in un Dio vuol dire vedere che i fatti del mondo non sono poi tutto. Credere in un Dio vuol dire vedere che la vita ha un senso

 

diceva Wittgenstein.

Se credere in Dio può fare tutto questo, perché non provarci?

 

Wi-fi nell’alto dei cieli

Avete presente il film “Dio esiste e vive a Bruxelles”?

Nella mia fantasia c’è questa scena, un po’ fantozziana, di un Dio al quale ad un certo punto comunicano che Irene Facci ha il cancro.

“Eh, no! Un attimo…! Questa Irene pensa ancora che non servo a niente, devo fare in fretta, altrimenti non capirà mai il senso di ciò che le succede!”

Il mio Dio ci pensa, ci pensa, e inizia a mandare segnali, a chiamare.

“Ma perché riattacca sempre?”

Ero in vacanza, da sola.

A Camaldoli, alloggiavo nel mio bellissimo hotel, e continuavo a pensare alle cellette dell’eremo benedettino. Dove però non c’era campo.

In cima a San Gregorio al Monte, dopo una camminata di tre ore sotto il solleone romano, ero troppo stanca per rispondere.

Nella basilica di San Crisogono, sola tra i resti dell’antica chiesa, ad un tratto ho avuto la sensazione che ci fosse qualcuno con me.

Dopo l’estate, deve essersi reso conto di essere stato un po’ troppo generico.

“Benedetta donna, non vuol capire… Adesso ci vado giù pesante.”

E allora ha fatto franare sotto i miei piedi l’idea che i miei figli avrebbero frequentato solo una scuola laica. Con l’ora di religione, d’accordo, ma niente di più.

Ha giocato un po’ sporco, sulla pelle di un bambino di prima elementare, ma ha segnato il punto ed è andato ben oltre.

Mi ha praticamente costretta ad affidare mio figlio ad una scuola cattolica, con la speranza che ci fossero maestre meno scellerate di quelle incontrate nei primi mesi di frequenza della statale. E mi ha messo davanti alla seconda anima del cattolicesimo, anch’essa incontrata pochi mesi prima in Toscana.

In una chiesa deserta ti senti solo. Solo con Dio, o solo da solo, ma comunque senza tuoi simili intorno. Te ne stai lì, pensi, non pensi, a volte contempli l’Assoluto, a volte il tuo ombelico… ma contempli.

A Camaldoli, però, convivono eremo e monastero.

Nel chiasso di una scuola, una sorta di movimentato cenobio, non hai tempo di contemplare nulla. Nel chiasso di una scuola, vivi, insieme agli altri. Se sei un eremita puoi passare la giornata a guardare una croce; se sei il padre spirituale di una scuola ad un certo punto devi, almeno metaforicamente, tirarti su la tonaca e dare quattro calci a un pallone.

Ho visto mio figlio letteralmente fiorire in questo contesto, sentirsi accolto, sentirsi parte di qualcosa. Considerata la mia situazione personale, potete immaginare quanto fosse importante per me avere fiducia nella scuola e nelle persone che vi gravitavano intorno.

Ero tuttavia ben decisa a favorire il coinvolgimento di Davide mantenendo, nel contempo, la mia posizione distaccata. Riconoscevo i mille pregi della scuola, ero felice della scelta, ma basta. Davide, impara le tue preghiere, se vuoi ti racconto qualche parabola. Ho fatto la Cresima, le so tutte.

Lì, il mio Dio deve essersi davvero irritato, perché ha smosso addirittura il Papa.

Non ho bisogno di raccontarvi che enorme impressione sia stata vedere quell’uomo nella piazza San Pietro buia, sotto l’acquazzone. Non ho bisogno di raccontarvelo, perché credo ci siamo stati tutti.

Rubo le parole a Viktor Frankl:

 

“Un pensiero mi ha pietrificato: per la prima volta nella mia vita ho compreso la verità scritta nelle loro canzoni da tanti poeti, proclamata come la somma saggezza da tanti pensatori. La verità – che l’amore è l’obiettivo finale e più alto a cui l’uomo possa aspirare.”

 

(Il che, per inciso, vi fa capire che questo è anche un post sul coaching. Certo, si tratta di un obiettivo da definire in modo un po’ più preciso!)

La mia amica E. mi ha chiesto a bruciapelo se mi fosse piaciuto vedere il Papa.

Non lo sapevo: ho impiegato una settimana per arrivare a scrivere questo post.

So, però, che lì in quella piazza c’era un uomo solo che pregava insieme ad una comunità.

Un controsenso, o le magie di internet, siamo tutti connessi?

Forse. Ma mi ha dato l’idea che la Chiesa avesse capito, con svariati secoli di anticipo, il concetto di community virtuale.

 

Che cosa resta

Ora mi sento – come direbbe Prince – “the Coach formerly known as Disruptive Coach”. Non sono arrivata da nessuna parte, se non ad arrendermi. Lo cantava anche Max Gazzé, che tutti abbiamo “il solito ancestrale timore (…) di lasciarsi soltanto andare”: guardarsi nello specchio e riconoscere che da qualche parte non c’è solo la fede in un Dio generico, my own personal Jesus, ma anche – in qualche misura – il riconoscimento di ciò che gli uomini ci hanno costruito intorno: una Chiesa, fatta di uomini nelle cui idee spesso non mi riconosco, ma che ancora oggi nel 2020, al tempo del Coronavirus, sono in grado di farci sentire una comunità.

Molto più di quanto non riescano politici, virologi ed economisti.

Oggi, per me, la M del modello PERMA di Martin Seligman, quella M del GREAT DREAM di Action for Happiness, sono questo.

Credere è accettare di fidarsi.

Credere è accettare che, anche se non lo capisco, un senso c’è.

Se c’è qualcosa di personale, di intimo, quello è il tema del senso della vita e della eventuale fede religiosa. Sono un’estroversa e mi piace raccontarmi, ma cerco sempre di capire in che modo quello che vivo può avere un senso per gli altri. In caso contrario, ricorro al diario segreto chiuso a chiave nel cassetto, non al blog.

Di questa storia mi affascinano il concetto di resa e quello di accettazione. Ho visto troppi coachee combattere contro quello che era, manifestamente, il loro posto nel mondo. Non rispondere alle chiamate, non solo a quelle di Dio, ma a quelle di un talento, di una passione, di un amore.

Ognuno di noi ha lati che, per un motivo o per l’altro, sono finiti in ombra. Angoli che abbiamo più o meno consapevolmente deciso di non spazzare mai, per timore di quello che avremmo potuto trovarci. Ad un certo punto della nostra vita abbiamo deciso che eravamo ormai definiti nei nostri contorni macroscopici, ci siamo riconosciuti in un’immagine e l’abbiamo cristallizzata.

A volte questa immagine va in pezzi in modo plateale, a volte sono piccoli segnali che si sommano. In questo secondo caso, in genere cerchiamo di ritardare il più possibile il momento in cui dovremo accettare, arrenderci al fatto che quell’immagine nello specchio non è la nostra. Non lo è più, o forse non lo è mai stata.

Siamo a Pasqua e ci tenevo a dirvelo, ecco tutto: prima o poi Dio o quello che siete – e non fa molta differenza – vi trova, anche se sfuggite.

Non vorrei mettervi paura, ma ve lo ricordate Quelo?

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