accettare la realtà

Come accettare la realtà (peggiore)

Il tumore è una sfida che stiamo affrontando e che sicuramente non volevamo. Mi ha aiutato molto non identificarmi con il cancro: non sono il mio tumore. È un impedimento che mi trovo ad affrontare, ma sono rimasta una persona con sogni ma anche con progetti.
(Emma Bonino)

 

“La dottoressa l’ha già informata di cosa faremo domani? Togliamo rene, ghiandola surrenale e tutti i linfonodi…”

SBA-BAAAM! Un grosso raccoglitore cade a terra, facendo tremare il pavimento.

“Sì, lo sapevo, ma se mi fa venire un infarto oggi risolviamo più velocemente”.

 

Ridevo in sala parto, mentre davo le ultime spinte per far nascere la mia secondogenita.

“Ma lei ride sempre?” mi chiese l’ostetrico.

Sì, io rido sempre. Tanto, se anche non rido, cambia poco.

 

Io rido da sola

Eccomi arrivata ad un nuovo capitolo della mia storia di resilienza. Ho 43 anni appena compiuti, due bambini piccoli, un’aspettativa di vita incerta ma realisticamente non lunga. Diciamo che se una volta mi chiedevo se avrei mai visto i miei figli finire l’università, ora mi accontenterei di vederli finire le scuole elementari.

Ho partecipato qualche settimana fa ad un workshop con Rino Cerritelli, formatore specializzato in Humor Terapia. Mi ha colpito moltissimo il concetto che ognuno possiede un proprio senso dell’umorismo, anche se magari non farebbe ridere nessun altro. L’importante è che aiuti quella persona, non si tratta di andare a Zelig.

Ad esempio, vi fa ridere se dico che vorrei essere cremata perché non sopporto la ricrescita dei capelli bianchi?

Suppongo di no, però qui al Blocco Sud del Niguarda ci sono io e uno dei pochi vantaggi è che non avrete mai il coraggio di dirmi che è una battuta di dubbio gusto.

Accettare la realtà

Ad un’amica, informata precocemente della situazione, ho intimato “dimmi un’altra volta di pensare positivo e ti blocco su Whatsapp”.

Chi mi ha conosciuto meglio come coach sa bene che il pensiero positivo è quanto di più lontano vi sia da me. Anche il buon Martin Seligman sarebbe d’accordo con me sul fatto che una sana accettazione della realtà sia molto meglio. D’altra parte ho sempre sostenuto che le uniche due “materie” che andrebbero insegnate ai bambini, oltre a leggere-scrivere-far di conto, siano la logica e la statistica. Se faccio i conti coi numeri, la prospettiva più realistica è di avere davanti un orizzonte temporale di un paio d’anni.

Intendiamoci: anche se le statistiche fossero pessime per il 99,9% dei malati di cancro al mio stadio, ci sarebbe quel paziente che finisce nello 0,01% e che vi farebbe dire “mio cugino è stato operato vent’anni fa con cinquantasette metastasi e mi ha appena mandato una cartolina da New York…”

Bene per vostro cugino, e prometto che ve la manderò anch’io la cartolina. E farò del mio meglio per essere io quello 0,01%. Ma perché dovrei essere io e non la mia vicina di letto? Quindi, oltre all’umorismo, io sto trovando grande conforto nell’accettazione della realtà. E, per quanto possibile, in una strategia di coping basata sul problem solving. Nel mio caso non si tratta ovviamente di risolvere il mio problema, ma quelli di coloro che resteranno, in particolare i miei figli. Come farli convivere con l’idea che sono ammalata? Cosa dire? Come minimizzare il rischio di traumi? Quali scelte, anche a livello pratico, posso fare per i prossimi mesi o anni?

 

Il pensiero responsabile

Pensare positivo molte volte significa – perdonate il francesismo – fottersene alla grande del resto del mondo, e di chi resterà con una serie di problemi pratici che andranno ad aggravare il lutto: comunioni di beni con parenti odiosi, conti correnti irrecuperabili (fate prima a rapinare l’ufficio postale), difficoltà organizzative di varia natura. Così come pensare negativo, ovviamente: ho visto gente con venti o trent’anni più di me rovinare a se stessa gli ultimi mesi di vita, cercando di trascinare a fondo anche le persone intorno. No, grazie, non fa per me.

Si deve pensare responsabilmente, e lo so che sembra una pubblicità del Matusalem, ma è così. E per riuscirci è necessario un po’ di realismo.

 

Io non sono religiosa in senso stretto, ma credo che la vita abbia un senso dato, essenzialmente, da quello che lasciamo a chi resta. Esempio, amore, ricordo. Cambia poco che la dipartita sia a venti, quaranta o ottant’anni.

A volte ho l’impressione di non aver smesso un attimo di combattere da quando sono nata, e forse questa è la battaglia finale, oppure no… altre mi attendono. Sarà come sarà. Ho intorno a me persone che mi amano, molti progetti per il futuro che vanno da quelli di brevissimo periodo a quelli che mi vedono davvero invecchiare (ma MAI con la crescita bianca!) mentre aiuto le persone ad affrontare le avversità con lo stesso spirito con cui le sto affrontando io.

Come ho scritto ad una coachee

“Una risata ci seppellirà, prima o poi, tutti.

Finché siamo capaci di ridere, vuol dire che i sepolti non siamo noi.

E per farmi perdere la risata ce ne vorrà ancora.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione possibile. Per dare il tuo consenso al loro utilizzo, clicca l'apposito bottone. Se vuoi approfondire, puoi visitare la pagina dedicata per capirne di più Voglio approfondire

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi