Una pinta di resilienza

Quando ho scelto la data del 16 aprile per pubblicare questo post, è stato assolutamente casuale. Oggi, però, non è un giorno qualsiasi: esce “E dopo tanta notte strizzami le occhiaie”, ultimo romanzo di Andrea G. Pinketts. Se credessi nei segnali dell’Universo ci dovrei leggere qualcosa. O forse è un segnale dell’Universo che mi suggerisce di iniziare a credere ai segnali dell’Universo.

 

Quando ho preparato il piano editoriale per questo blog mi sono trovata di fronte ad un imprevisto: ci sono mesi composti da cinque settimane anziché quattro. Cosa scrivere nel post di quel quinto giorno, per evitare di compromettere la simmetria della mia creazione?

 

Storie.

 

Non le mie (ve ne rifilo già abbastanza), ma quelle di persone che secondo me rappresentano esempi di resilienza, speranza, e di assunzione di controllo sulla propria vita. Non storie di sconosciuti, interviste agiografiche, santini: conversazioni con amici e persone a me vicine

Sul mio calendario, in corrispondenza alla data del 16 aprile, avevo scritto un nome, ma purtroppo quella persona oggi non c’è più. Il mio primo post “corsaro”, quindi, non è un’intervista ma il racconto della nostra ultima conversazione.

Sono stata in dubbio sull’opportunità di questo post, ma credo sia anche il mio modo per salutare un amico.

 

Persi e ritrovati

Andrea G. Pinketts è stato uno scrittore e un personaggio pubblico molto discusso in vita, ma sul quale non ho sentito mezza parola negativa dal giorno della sua morte. Di solito accade il contrario, e già questo è significativo.

 

 

Per me è stato un amico con cui ho condiviso una parte breve ma importante della mia vita. La foto che accompagna questo articolo è stata scattata la sera della mia laurea, per festeggiare il mio 110 e lode alla Bocconi. Ricordo che Andrea voleva a tutti i costi partecipare alla discussione della tesi ma ritenevo che le sue giacche sgargianti, il sigaro e il vocione sarebbero stati un po’ troppo eterodossi rispetto al contesto. Oggi non mi porrei il problema.

Ci siamo persi di vista, come capita. La penultima volta che ci siamo incontrati è stata sette o otto anni fa, in quella sala del Trottoir in cui lui trascorreva gran parte delle sue giornate a bere birra, scrivere e incontrare i pezzi di varia umanità che capitavano lì più o meno per caso.

L’ultima, invece, è stata 5 mesi fa nella sala TV dell’ospedale Niguarda di Milano, Blocco Nord, settore B, primo piano. Andrea era ricoverato per un cancro alla gola in metastasi.

Un amico comune mi aveva scritto: “Andrea già progetta di riprendere gli impegni pubblici nei prossimi giorni, per quanto (…) non so quanto si possa permettere di camminare finché non sarà guarito ufficialmente. La madre, dalla sua posizione di medico, mi sembra ottimista, quindi auspico che tra qualche mese Pink si possa riprendere al cento per cento. Ovviamente non sarò tranquillo finché non sarà dichiarato guarito.

Ho purtroppo, come temo molti di voi, esperienza di cancro. Quando sono entrata in quella stanza ho capito subito che nella migliore delle ipotesi il percorso di guarigione sarebbe stato molto lungo. Mi aspettavo di trovarlo abbattuto, concentrato su se stesso, incurante degli altri e tanto, tanto arrabbiato.

Niente di tutto ciò. Non ci vedevamo da anni, ma in poco meno di un’ora avevamo già messo in piedi tre presentazioni di libri, un programma radiofonico e ci eravamo raccontati vita, morte e i pochi miracoli delle nostre conoscenze comuni.

Gli avevo portato una copia di “Alla rivoluzione in tram”, e mi chiese l’autografo. Non avendo la penna, la presi in prestito dal bancone delle infermiere, ovviamente non presenti. Al momento di andarmene avrei dovuto restituirla ma già temevo la strigliata. Andrea mi disse: “Lasciala a me, cosa vuoi che mi dicano?”, e poi mi sorrise.

Non è una storia triste

Esattamente un mese dopo Andrea era morto. Non ci siamo più rivisti, ma mi sono interrogata a lungo per capire cosa avesse potuto portarlo ad essere così tranquillo, almeno in apparenza. Le risposte che mi sono data sono queste:

  • Andrea ha fatto quello che voleva nella vita: non si è mai fatto guidare da quello che volevano gli altri, ha sempre mantenuto il controllo sul suo percorso;
  • Ha agito con generosità: intorno a lui c’erano amici veri ma anche dozzine di approfittatori, nani e ballerine. Lui c’era per tutti, anche se aveva l’acume per distinguerli.
  • Ha dedicato tempo e attenzione alle persone: forse perché era rimasto un po’ bambino, sapeva di cosa hanno bisogno i bambini… e lo dava agli adulti, che sono stati bambini anche se non se lo ricordano.
  • Era sempre ironico ma non ho mai sentito un commento sarcastico.
  • Sapeva lasciar perdere. Quando litigavamo, le prime volte cercavo di chiarire, poi avevo capito che non serviva. Non serviva perché se decideva di volerti bene, poi potevi fare qualsiasi cosa ma la sua opinione non cambiava.
  • Sapeva perdonarsi. Il cancro alla gola, all’origine di tutto, arrivava dal fumo del sigaro. Lui ne era consapevole, ma accettava la situazione senza colpevolizzarsi.
  • Aveva saputo cambiare. Quando l’ho conosciuto cambiava donna più o meno ogni sera, invece aveva poi trovato una compagna che gli aveva dato una stabilità emotiva nuova. Quando me lo disse gli chiesi “è intelligente?” (che fosse bella lo davo per scontato) e lui con un sorriso mi rispose “eh, sì, e poi è rimasta”.

Forse è questo, almeno in parte, il segreto per mantenersi “in equilibrio sopra la follia”.

Credo che chiunque abbia vicino almeno una persona – non per forza un partner sentimentale – che, semplicemente, rimane, abbia una buona chance di mantenersi resiliente e di non perdere la speranza.

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