La coerenza della curcuma

“Solo Amed è illuminato da un cono di luce e si gira verso Luigi, onirico e spettrale: “Tu all’inizio non vorrai fare una dieta vegana, opporrai resistenza, ma poi il buonsenso avrà la meglio su di te, e farai cose che ora ti sembrano incredibili, mangiare vegano, mangiare farro, miglio, quinoa, pensare male del riso bianco e preferire quello integrale, comprare non più le virili rosette degli operai ma il grano saraceno degli uomini sessuali del mondo della moda, e andrai pure dai medici non tradizionali”. “Non credo proprio”, dice Luigi. “Ah no? Vedrai amico mio, andrai dai cinesi, quanto ci scommetti fratello mio spocchioso?” “Dai cinesi addirittura?” dice Luigi. “Sì, vedo nel tuo futuro, fratello, che andrai dai cinesi, cazzo.”

(da La linea Verticale di Mattia Torre)

 

Avevo pensato di girare un video, ma il tema è troppo importante e anche discretamente complesso per ridurlo a tre minuti di girato, battute comprese. Questo scritto nasce da due spunti di riflessione che mi sono stati offerti dai molti messaggi ricevuti dopo il mio articolo della settimana scorsa, ma tocca anche da vicino la sfera della mia professione di coach.

 

Noi siamo scienza

Ho scritto un post sul mio profilo personale di Facebook, in cui dicevo che pur apprezzando umanamente chi mi proponeva metodi non tradizionali per affrontare la malattia, il fatto stesso che me li proponesse denotava una scarsa conoscenza di me come individuo.

Potrei banalizzare il tutto dicendo che io credo nella scienza e tutto il resto sono una marea di fregnacce: è la posizione Burioni, ma Burioni, che io sappia, sta bene.

Non lo so, per citare Torre, se andrò mai dai cinesi. Ad oggi le uniche cinesi che frequento sono la barista e l’estetista: dubito che la ceretta abbia proprietà curative, e addirittura il caffè di Lu potrebbe darmi il colpo di grazia. Tuttavia il tema continuava a ronzarmi nella testa.

L’altro elemento è un messaggio ricevuto da un’amica che si complimentava per il modo in cui sto affrontando il tutto, e al quale ho risposto testualmente

“In realtà credo di essere solo una che mette in pratica quello che predica. Non essendo così frequente, sembra grandioso.”.

Poi, il tutto si è unito in una telefonata con uno dei miei amici storici, persona della cui intelligenza non ho mai dubitato per un istante, che tra mille cautele e “puoi mandarmi a stendere” mi ha raccontato di una persona a lui vicina, affetta da una malattia autoimmune, che ad un certo punto ha detto stop! alle cure a base di cortisone, che le stavano rovinando la vita e si è affidata alla medicina tradizionale cinese. Sono passati alcuni anni, e sta benissimo.

 

I miei punti fermi

  1. Io ho fiducia nella scienza. Non credo alle teorie del complotto delle case farmaceutiche, non credo che ci nascondano chissà quali cure miracolose contro il cancro. E’ probabile che di tutte le idee che circolano, dal bicarbonato alla curcuma al mangiare tanti mirtilli, qualcosa sia vero. Il punto è che non è dimostrato, e finché non è dimostrato dalla scienza io non mi fido a sceglierla come terapia alternativa.
  2. Ognuno è padrone del proprio corpo. Sono sempre stata libertaria all’estremo, anche rispetto a scelte – penso all’aborto – che personalmente avrei avuto difficoltà ad intraprendere. Figuriamoci se non penso che uno possa curarsi con la medicina alternativa, se vuole. Attenzione: si è padroni solo del proprio, di corpo. Non di quello dei figli. Se tuo figlio ha l’otite e lo curi con l’omeopatia, e tuo figlio muore, per me possono buttare via la chiave – al netto delle misure alternative, da espletare rigorosamente in un reparto di oncologia pediatrica.
  3. Meglio un giorno da leone che cento anni da pecora. Ognuno ha una propria idea rispetto alla qualità della vita. Per me, oggi, il livello minimo di qualità della vita è quello che mi consente di poter stare “decentemente” con i miei figli. Le terapie che mi vengono proposte dovrebbero avere – salvo sfiga, sempre in agguato – effetti collaterali meno dirompenti di una chemioterapia, quindi le affronto con relativa serenità.

 

Cos’è la coerenza?

Quando scrivo, rispetto alla situazione attuale, che penso di essere coerente, mi riferisco a questi tre punti fermi. Sì, può darsi che mi troverete “dai cinesi”, ma non ora.

Prima viene la scienza (principio 1), se compatibile con una buona qualità della vita (principio 3).

Se e quando non ne potrò più della scienza, perché il principio 3 sarà fortemente a rischio, mi rivolgerò al principio 2 perché tanto non ho più niente da perdere. E lì arrivano i cinesi, la curcuma, la dieta vegana, la medicina tradizionale.

Voi, per carità, nel caso fate quello che credete. Il principio 2, per me, è quello supremo.

 

Dimmi in cosa credi

Tra gli esercizi di coaching, uno dei basilari riguarda i valori.

Scrivi i tuoi valori.

E la gente scrive, scrive, e l’amore, e l’amicizia, e la pace nel mondo.

Il problema è che in genere non ci pensi, a questi valori, finché qualcosa non li mette in pericolo. Certo, per me sarebbe allettante credere che in America o in India o a Trapani ci sia un guru con l’elisir di lunga vita, ma questo sarebbe del tutto incoerente con la mia storia, la mia vita e il mio profilo Facebook. Non scherziamo.

Tutto ciò che nella nostra vita contrasta con i nostri valori di fondo va al più presto allontanato, perché presto o tardi genererà un cortocircuito.

Nei momenti davvero neri, che il tema sia la salute, la perdita del lavoro, la fine di una relazione, un lutto importante eccetera, la resilienza nascerà da lì: sapere chi sei, sapere che la storia che hai raccontato a te stesso e al mondo era tutta vera, e sapere che ne stai semplicemente scrivendo un altro capitolo che non farà pensare a chi legge “ma questo è impazzito”.

Anche se non è facile capire quali sono, quindi, dedicare del tempo ad identificare i princìpi che ci guidano è un ottimo investimento per i tempi di crisi.

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